FRAMING E DEEP LINK: DUE IPOTESI DI CONCORRENZA SLEALE?

La facilità di reperimento delle informazioni è una delle principali caratteristiche di internet, nonché una delle maggiori motivazioni del suo inarrestabile sviluppo.

Strumento principe per la ricerca delle informazioni è il link, cioè il collegamento ipertestuale fra unità informative. In realtà, esistono oggi diverse forme di link, rispetto ad alcune delle quali sono stati sollevati dubbi di liceità sia in Italia che all’estero dove, negli ultimi anni, alcuni giudici sono stati chiamati a pronunciarsi su fattispecie concrete.

In linea di massima, è possibile distinguere tra:

surface link: rinvio alla home page di un altro sito;

deep link: rinvio ad una pagina interna di un altro sito;

framing: metodologia mediante la quale il sito linkato appare all’interno della cornice del sito linkante come se fosse parte integrante di quest’ultimo.

Se ad oggi nessuno ha seriamente contestato la legittimità del surface link (anche se sarebbe perlomeno "educato" richiedere l’autorizzazione prima di linkare il sito di un terzo), fondati dubbi di liceità sussistono in relazione alla pratica del deep link e, soprattutto, del framing.

All’estero, alcune sentenze hanno talvolta stabilito la liceità del deep link (Corte Distrettuale di Rotterdam, 22 agosto 2000, caso 139609/KG ZA 00-846) mentre in altri casi la stessa pratica è stata ritenuta violazione del diritto d’autore spettante a terzi o, comunque, atto di concorrenza sleale (Tribunale di Parigi, 26 dicembre 2000 e, da ultimo, Corte di Copenaghen nel caso Associazione Nazionale della Stampa Danese - Newsbooster).

A livello italiano, seppur in mancanza di una normativa specifica e, per quel che consta a chi scrive, di precedenti giurisprudenziali (salvo l’ordinanza del Tribunale di Milano 8 aprile 1997), è possibile comunque fissare alcuni principi di massima sulla base della normativa attualmente vigente.

Ebbene, sotto il profilo della concorrenza sleale non vi è dubbio che si possa ipotizzare l’applicazione, sia in caso di condotte inquadrabili come framing che come deep link, dell’articolo 2598 del codice civile, che sanziona la condotta di chi si vale direttamente o indirettamente di ogni mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e che risulti idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

Ed infatti, è chiaro che colui che implementa in un sito un sistema di collegamento ad altri siti in modalità framing, volontariamente o meno tende a creare confusione nell’utente inesperto o disattento che non avrà immediatamente chiaro quale sia il soggetto che eroga le informazioni. Così facendo, il soggetto linkante tende ad appropriarsi dei meriti (o dei demeriti…) nonché dello sforzo profuso da colui che abbia realizzato il sito linkato, sia sotto il profilo della strutturazione grafica e organizzativa del sito (aprendo problematiche anche sotto il profilo del diritto d’autore), sia sotto il profilo contenutistico (con ipotetiche implicazioni di altre e diverse normative quale la legge marchi o la legge sui dati personali).

Per quanto riguarda il deep link invece, rimanendo nel campo della concorrenza sleale, si può forse sostenere una posizione meno drastica, giungendo alla conclusione che lo stesso sia vietato solo in quanto effettivamente leda il diritto alla corretta pratica commerciale.

In pratica, mentre in mancanza di un apposito accordo fra i titolari del sito linkante e di quello linkato si può ritenere il framing vietato di principio, il deep link può invece ritenersi lecito salvo che non integri un comportamento che leda il diritto alla corretta concorrenza o che integri un’ipotesi di imitazione servile e parassitaria.

Sotto il profilo del diritto d’autore le conclusioni tratte per il framing non possono scostarsi granché con riferimento al deep link.

Ed infatti, la legge n. 633 del 1941 fissa una serie di principi, taluni comuni a tutte le opere taluni invece specifici, che devono essere tenuti in considerazione, e ciò a partire dall’articolo 12 che attribuisce all’autore il diritto esclusivo di sfruttare economicamente l’opera protetta in ogni forma e modo e dall’articolo 13 che fissa un divieto generale di riproduzione dell’opera altrui con qualsiasi mezzo. Occorre poi naturalmente analizzare il contenuto degli articoli 65 e seguenti della L.d.A. (cosiddette "utilizzazioni libere"), che disciplinano quei casi in cui è possibile utilizzare le opere altrui senza necessità di ottenere autorizzazioni particolari o di pagare royalties nonché gli articoli 101 e 102 della legge n. 633 del 1941 fissano alcune ipotesi specifiche di concorrenza sleale aventi ad oggetto da un lato articoli e notizie e dall’altro emblemi, fregi, disposizioni di segni o caratteri di stampa nonché ogni altra particolarità di forma o colore nell’aspetto esterno.

È chiaro che solo una analisi caso per caso di quanto posto in essere dal soggetto linkante (sia che effettui un framing sia che effettui un deep link) potrà portare ad una decisione circa l’illegittimità di un siffatto comportamento sotto il profilo del diritto d’autore riconosciuto al titolare del sito linkato, ma è indubbio che dette pratiche sembrerebbero di principio violare i precetti della legge sul diritto d’autore, in quanto tendono ad appropriarsi o, perlomeno, a sfruttare i beni protetti altrui.

Prima di analizzare una ipotesi specifica sulla quale la giurisprudenza si è già pronunciata sia in Italia che all’estero, si segnala infine che la pratica del framing e, neicasi più gravi, del deep link, sembrerebbe violare altresì la legge marchi (e ciò anche qualora si usi il marchio altrui come indicazione grafica del link).

L’ordinanza del Tribunale di Milano dell’8 aprile 1997 e la recente pronuncia della Corte di Copenaghen, hanno nel senso sopra indicato fissato alcuni principi almeno per quanto riguarda la legittimità o meno delle rassegne stampa create su internet utilizzando gli articoli pubblicati sui siti di terzi.

Ed infatti, con riferimento all’ordinamento italiano, se è vero che l’art. 65 della L.d.A. stabilisce che gli articoli di attualità di carattere economico, politico, religioso pubblicati nelle riviste e giornali possono essere liberamente riprodotti in altre riviste o giornali se la riproduzione non è stata espressamente riservata, è pur vero che l’art. 101 della medesima normativa stabilisce che è atto illecito la riproduzione sistematica di informazioni o notizie pubblicate o radiodiffuse.

In pratica, non può considerarsi lecito il prelevare sistematicamente dai siti internet di terzi articoli e notizie per organizzarle in rassegne stampa monotematiche provvedendo alla loro diffusione sia essa gratuita o a fini di lucro. Ed infatti, così facendo, si viola il diritto del titolare delle opere protette di sfruttare economicamente i propri beni, così appropriandosi inoltre dello sforzo organizzativo e intellettuale dell’autore.

 

di: Gabriele Faggioli

gf@gabrielefaggioli.it www.gabrielfaggioli.it 

da: Itali@oggi.it 9 settembre 2002 - Class Editori